FUORI DOVE LA PARITÀ NON ESISTE

Spazi ritrovati

esposizione fotografica all’aperto
via Cassa di Risparmio – Trieste
(tra via Genova e via Bellini)
13 – 21 maggio 2016
inaugurazione
venerdi 13 maggio 2016 – ore 19.00

Fuori: nelle piazze, nelle vie, nelle androne, nelle strade, la parità di genere non esiste.
In Italia, come nel resto dell’Europa occidentale i luoghi dedicati a figure femminili corrispondono a percentuali molto basse rispetto a quelli consacrati a personaggi maschili.
Una palese discriminazione: il fatto che i nomi di questi luoghi siano dedicati perlopiù a figure maschili trasmette implicitamente il messaggio che solo questi siano degni di memorabilità, che solo gli uomini abbiano contribuito a formare la Storia.
Nominare vuol dire riconoscere, valorizzare; così per questo progetto, accanto al nostro lavoro specificatamente fotografico, abbiamo richiesto la collaborazione di altre autrici, docenti universitarie, ricercatrici, storiche, giornaliste, critiche che potessero in qualche modo soffermarsi e valorizzare e raccontare la vita di quelle donne a cui sono state dedicate le vie “femminili” della città di Trieste e della sua provincia.
Una ricostruzione storica, una riflessione sull’odonomastica della nostra città, sulle prime intitolazioni, su antichi concetti di femminilità, di santità, sulle donne martiri.
L’evolversi della toponomastica femminile che si sviluppa con l’urbanizzazione e l’espandersi della città. Le prime intitolazioni a figure storiche, alle benefattrici, alle donne partigiane, fino ad arrivare ai nostri giorni dove finalmente vengono dedicati siti anche a donne che si sono distinte nel campo artistico, letterario, dello sport e dell’impegno politico: un atto importante per la trasmissione di modelli femminili per le nuove generazioni.
Presentiamo quindi questa pubblicazione che è il momento finale di un progetto che si è protratto per un anno e che ha coinvolto una trentina di autrici fra cui quindici fotografe che hanno ripercorso quelle vie, quei giardini, quelle androne, quelle calli per coglierne l’essenza, per ricostruire storie, per proporre itinerari fotografici diversi e personali ma soprattutto con l’impegno di restituire sguardi e rappresentazioni che raccontino e testimonino di una presenza femminile anche nel presente. Il progetto che si è concluso con una mostra fotografica è stato realizzato anche attraverso un percorso di formazione: un’analisi storica di artiste che hanno scelto la strada come luogo privilegiato del loro operare per trovare chiavi di lettura valide nelle riflessioni di chi ci ha preceduto. Ma prezioso è stato il contributo di Paola Di Bello fotografa e videomaker, la cui ricerca indaga alcune delle problematiche sociopolitiche che delineano la città contemporanea, determinando uno spostamento del punto di vista. Oltre a presentare il suo lavoro e a stimolare una riflessione sulla fotografia contemporanea, ha realizzato assieme al gruppo un lungo collage fotografico di due vie di Trieste, via dell’Annunziata e via della Madonnina, insieme ai loro abitanti e ad altre persone che hanno preso parte al progetto. Il risultato è stata una riflessione per immagini dove la cornice urbana ha delimito non solo un paesaggio urbano, ma umano, segnato dall’appartenenza ad una realtà di “vicinato”
Lontane da un lavoro di pura documentazione delle vie o di ricerca di immagini estetiche autocelebrative che esaltino il luogo in cui viviamo, la nostra ha voluto essere una ricerca visiva sui/dei luoghi che dovevamo fotografare, con uno sguardo rivolto alla fotografia contemporanea di paesaggio attenta a riprendere anche gli aspetti quotidiani e mediocri del territorio.
Alcune autrici hanno creato un collegamento fra il luogo rappresentato e il personaggio femminile a cui è stato intitolato: ecco allora il giardino di Fedora Barbieri che sembra apparire dietro ad un sipario di teatro, o nel giardino di Wanda e Marion Wulz alla ricerca di quel gatto che ha portato la fotografa al successo internazionale, o ancora le parole di Marisa Madieri che oltrepassando i rami degli alberi del giardino a lei dedicato e sembra vogliano raggiungere il cielo per spiccarne il volo. Altre invece hanno tentato di trovare un collegamento visivo col passato come l’immagine della chiesetta di Santa Maria in Siaris collegata poi alle immagini dell’ omonima via.
Altre foto sono lavori di reportage come la rappresentazione di via Santa Caterina da Siena che vede delle donne impegnate a scegliere le stoffe per i loro futuri abiti davanti a un negozio storico della città o le persone che aspettano l’autobus sotto gli archi di Ponte della Fabra, o l’intitolazione alla via dedicata a Marianna Di Domenico, momento solenne e tristissimo da ricordare. Altre immagini sono state precedentemente strutturate
come quella di via Gaspara Stampa che vede coinvolte molte donne riprese nello stesso angolo della via. Ed è l’interessante immagine di Erta Sant’Anna che attraverso il percorrere una via piena di ostacoli per lavori in corso, vuol rappresentare il lungo e difficile percorso pieno di ostacoli che spesso le donne devono affrontare.
A volte la progettualità è stata condivisa con gli abitanti come via Madonna del Mare dove sono ritratti i gestori dei quei pochi locali che hanno resistito.
Alcune fotografe si sono confrontate con le architetture delle vie, seguendo linee colori e luci altre con l’aspetto più naturale dei giardini, altre con la spiritualità di certi luoghi.
Ma abbiamo sempre tentato un rapporto affettivo con l’ habitat in cui ci trovavamo , una tentata riconciliazione, una pacificazione con tutta una serie di androne, di vicoli spesso degradati dove sembrava che niente valesse la pena di esser fotografato. La strada allora è diventa un testo sul quale esercitare il nostro sguardo, la nostra capacità di riattivare i circuiti dell’attenzione, un punto di partenza, un viaggio tra memoria e contemporaneità, tra individualità e collettività, tra identità e differenza.
Ogni via rappresentata racconta una storia, ed è un lavoro a se stante, un prodotto autonomo, una narrazione ed è per questo che in questo libro abbiamo potuto intervallarle dai testi scritti, da quelle parole, da quei racconti con i quali, per quanto possibile, abbiamo cercato di interloquire.